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Lo scenario internazionale 28/04/2005
Settembre 2003: si è svolto a Durban, in Sud Africa, il Congresso Mondiale dei Parchi.
Dopo la conferenza mondiale di Johannesburg del 2002, nella quale il giudizio unanime della comunità dei parchi ha sentenziato un passo indietro rispetto alle intese raggiunte già al vertice di Rio del 1992, nel settembre del 2003 si è svolta a Durban, in Sud Africa, il Congresso Mondiale dei Parchi. Dal Congresso è emersa una forte preoccupazione per i rischi che corre il pianeta nonostante i benefici delle aree protette ed è stato chiesto un maggiore impegno dei governi.

Nella seduta plenaria conclusiva il V° Congresso mondiale dei Parchi ha approvato l’"Accordo di Durban", il documento finale che contiene le linee programmatiche e d’azione per la gestione delle aree naturali protette. Il Congresso ha anche approvato il "Piano d’Azione" per l’attuazione dell’Accordo, un messaggio da inviare alla "Conferenza delle Parti per la Convenzione sulla Biodiversità" e le 32 raccomandazioni scaturite dai workshop tematici.

I contenuti principali dell’Accordo riguardano la riaffermazione del ruolo fondamentale delle aree protette per la conservazione della biodiversità e lo sviluppo sostenibile. Le aree protette, vi si sostiene, forniscono benefici oltre i loro stessi confini, oltre i confini degli stati, delle società, dei sessi e delle generazioni.

Il Congresso ha riconosciuto il raggiungimento di uno degli obiettivi primari per la storia dell’umanità per quanto riguarda l’uso del suolo, quello della istituzione di oltre 100.000 aree protette, triplicate nel corso degli ultimi vent’anni. Allo stesso tempo soo state però espresse profonde preoccupazioni per la perdita di diversità biologica e per le gravi minacce alle tante aree ancora non protette. Infatti, a fronte di un 12% della superficie terrestre protetta, meno dell’1% degli oceani, dei mari e dei litorali è sottoposto a tutela.

Aumentano ovunque le pressioni sulle risorse naturali, con gravi rischi naturali conseguenti. Viene constatato che lo stesso cambiamento climatico indotto dall’uomo, che non ha minimamente ridotto le emissioni di gas ad effetto serra, minaccia di annullare le realizzazioni passate e di mettere in pericolo gli sforzi futuri.
Altre preoccupazioni sono state espresse sul fatto che molte delle aree protette esistenti, preservate grazie al ruolo delle comunità locali, non ricevono riconoscimento, protezione sufficiente e sostegno adeguato.

E’ stata sottolineata l’esigenza di far conoscere meglio il ruolo e la missione delle aree protette alle popolazioni di tutto il mondo, affinché vengano apprezzati e sostenuti. Dal documento emerge ancora la necessità che i governi e le società aumentino le risorse finanziarie destinate ai parchi, carenti al momento di 25 miliardi di dollari. Un altro dei passaggi rilevanti riguarda la funzione delle aree protette nella lotta contro la povertà e nell’azione a favore di uno sviluppo duraturo e sostenibile.

Qualche mese prima, nel giugno del 2003, la Federparchi ha avviato un dibatti su scala europea che dovrebbe portare alla preparazione di un "libro verde", da inserire nella costituzione italiana e europea, per una politica comune a favore delle aree protette, sulla base di un documento, già elaborato dalla Federparchi, e presentato a Bruxelles alla Commissione europea. Bisogna considerare, infatti, la vastità e la varietà del patrimonio di aree naturali protette nei 33 Paesi europei: 32.504 aree che coprono 70.511.239 ettari, pari al 14,1% del territorio complessivo. Di queste aree fanno parte 712 parchi naturali che coprono 27.249.963 ettari, pari al 5,5%, 9.289 "paesaggi protetti" che coprono il 6,3%, 20.209 riserve naturali che coprono il 2,3%, 2.294 monumenti naturali ed altre aree naturali protette che coprono circa lo 0,1%.

E’ importante che la Comunità europea preveda politiche ambientali che non possono più essere affrontate e gestite con efficacia nell’esclusiva dimensione nazionale e locale. I parchi stanno soffrendo sia dei ritardi della Comunità sia delle incertezze delle istituzioni nazionali e regionali a muoversi con maggiore incisività nella nuova dimensione transnazionale.

E’ stata giusta la strada intrapresa con la direttiva Habitat 92/43 e la direttiva Uccelli che, da dieci anni, ha consentito a molti parchi e aree protette di ottenere risultati significativi anche oltre i confini nazionali.
Tuttavia quello che manca, in sede comunitaria, è ora un riferimento esplicito specifico ai parchi nazionali, regionali e alla riserve naturali. Manca una politica che miri ad armonizzare le finalità e gli obiettivi delle varie e diverse aree protette guardando ai Paesi appena entrati a far parte della Comunità.
 
     
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