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Atti del Convegno “Gestione delle aree ZSC della Rete Natura 2000 – esempi virtuosi, programmi in itinere, prospettive future” del 13 Giugno 2019
imageGiovedì 13 giugno 2019 si è svolto il convegno “Gestione delle aree ZSC della Rete Natura 2000 – esempi virtuosi, programmi in itinere, prospettive future”, organizzato dall’Ente Parco della Murgia Materana, all’interno del progetto INgreenPAF, presso la struttura di Parco dei Monaci, centro studio e conservazione della biodiversità.
Questo è stato il primo appuntamento di un ciclo di convegni il cui scopo primario è quello di mettere in relazione e creare uno spazio fisico di dialogo tra i diversi soggetti operanti sul territorio in termini di tutela, sorveglianza e fruizione della Rete Natura 2000 in Italia.
In questo primo convegno, si è posto l’accento sulla gestione delle aree ZSC afferenti alla Rete Natura 2000 all’interno delle singole casistiche regionali prossime alla Regione Basilicata, pertanto sono stati invitati a relazionare gli esponenti della Regione Calabria e della Regione Puglia, il dott. Giovanni Aramini del Dipartimento Ambiente e Territorio, Settore Parchi ed Aree Naturali Protette per la Regione Calabria, ed il dott. Giovanni Zaccaria del Dipartimento Mobilità, Qualità Urbana Opere Pubbliche Ecologia e Paesaggio, Servizio Parchi e Tutela della Biodiversità della Regione Puglia. Sono intervenuti al Convegno i rappresentati della Regione Basilicata e dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, rispettivamente la dottoressa Antonella Logiurato del Dipartimento Ambiente ed Energia, Ufficio Parchi Biodiversità Tutela della Natura ed il sig. Carlo Gilio per la regione Basilicata, e le dottoresse Chiara Vicini e Pierangela Angelini dell’ISPRA. Hanno relazionato anche il presidente della Federparchi, il dottor Gianpiero Sammuri, il Colonnello del Corpo dei Carabinieri Forestali, col. Raffaele Manicone ed il Responsabile del Progetto INgreenPAF dell’Ente Parco della Murgia Materana, il dottor Vito Santarcangelo.
Sono intervenuti, porgendo i loro saluti il Presidente dell’Ente Parco della Murgia Materana il Dott. Michele Lamacchia, l’assessore all’Ambiente della Regione Basilicata Gianni Rosa, ed il direttore dell’Ente Parco della Murgia Materana, il dottor Enrico De Capua.
A seguito del convegno “Gestione delle aree ZSC della Rete Natura 2000 – esempi virtuosi, programmi in itinere, prospettive future” e della tavola rotonda prevista nel pomeriggio, con argomento: “ Artt. 11 e 17 della Direttiva Habitat - Il monitoraggio delle specie e degli habitat”, emerge evidente la necessità di costruire una rete operativa e di confronto diretto tra i soggetti operanti a livello locale e nazionale, dai Parchi alle Regioni e dalle Regioni al sistema centrale di Roma. Si manifesta l’importanza di creare spazi fisici di confronto e di dialogo per affrontare le singole tematiche ed i problemi, anche a livello locale, al quale questa giornata di confronto vuole dare seguito.
Dalle conclusioni dei singoli intervenuti al convegno ed alla tavola rotonda emerge, dunque, l’urgenza non solo di formulare regole condivise e di applicarle, ma di avere momenti di dialogo tra le parti, anche periodici, nonché spazi fisici e sistemi di comunicazione più diretti, affinché si formulino buone norme condivise e si possano affrontare le singole problematiche in modo più efficiente, rapido e puntuale.
Di seguito si riportano le conclusioni che ogni partecipante alla tavola rotonda “ Artt. 11 e 17 della Direttiva Habitat - Il monitoraggio delle specie e degli habitat”, è stato invitato a formulare a conclusione dell’intensa giornata di lavori:
 La dottoressa Pierangela Angelini dell’ISPRA, riassume il suo pensiero sulla necessità di “fare rete”, a fronte anche della carenza di personale dedicato alla gestione di specie ed habitat. Sulla scia di un esempio calabrese, la dottoressa ritiene che sia necessario approfondire e snellire il collegamento tra enti locali, regioni ed ISPRA, non solo per essere operativi e fattivi sul territorio, ma anche per confrontarsi sull’utilizzo dei fondi specifici.
 Il Colonnello del Corpo dei Carabinieri Forestali, Raffaele Manicone, ritiene che sia molto importante “fare rete”, vista anche l’esperienza stessa del Corpo che per sua formulazione già opera in questo modo, e si concentra sulla necessità di creare una rete operativa soprattutto nell’ambito dell’attività di monitoraggio che sia “più comprensiva, ad ampio raggio, per attuare i piani di gestione necessari”.
 Il presidente della FederParchi, Gianpiero Sammuri, conclude il suo pensiero sottolineando come le attività di monitoraggio e sorveglianza siano fondamentali per avere contezza dello stato di conservazione delle specie e di quali siano le cause che ne determinano i cambiamenti, in considerazione della visione attiva specifica della Rete Natura 2000. In questo senso si evidenza l’importanza di interventi attivi che seguano l’attività di montaggio per tutelare gli habitat e le specie, che ne giustifichino l’attività e che ne siano diretta conseguenza. Riassumendo, afferma: ” La gestione deve essere attiva ed il monitoraggio è il motore della gestione.”
 La dott.ssa Antonella Logiurato, della Regione Basilicata, concordando sulla necessità oramai evidente di costituirsi in una rete di dialogo per “Fare squadra” tra enti gestori, regioni e parchi, affronta anche la possibilità di rendere la gestione delle aree ZSC altresì opportunità di lavoro per la popolazione locale, intesa come gruppo di professionisti, formati e maggiormente interessati al benessere del proprio territorio. Non solo attività indiretta, non solo agevolazione alla fruizione, ma anche possibilità di concentrare professionalità locali idonee a fare i controlli sul territorio, diffondendo una capillare e radicata cultura di gestione, tutela e conservazione.
 Il dott. Giovanni Zaccaria, della Regione Puglia, pone piuttosto l’accento sulla mancanza di un corretto monitoraggio ante quem, in presenza del quale si sarebbe avuta una visione più puntuale delle misure di conservazione attuabili sia a livello regionale che nazionale e non si sarebbe incorsi nell’attuale situazione di messa in mora complementare. Il monitoraggio che è alla base della Direttiva Habitat per valutare lo stato di conservazione delle specie e degli habitat, se attuato correttamente, sarebbe la risoluzione a diverse problematiche. Causa di questa mancanza potrebbe essere ravvisata nell’eventuale assenza di un appropriato approccio scientifico alla gestione ed alla sorveglianza costante e minuziosa. Pensiero avvalorato dall’esempio spagnolo, dove monitorare habitat e specie è una pratica da sempre in uso ed è affidata alle associazioni locali diffuse e che già operano sul territorio, le quali raccolgono dati, costantemente fruibili, tali da consentire in ogni momento l’analisi dell’andamento delle singole specie su tutto il territorio. In Italia, piuttosto, la mancanza di tale approccio e l’assenza di questi dati genera un vulnus culturale prima che informativo. Pertanto, il dottor Zaccaria ritiene che sia importante innanzitutto investire su questo aspetto, ovvero l’evoluzione della cultura del monitoraggio locale e scientifico. A questo si aggiunge la difficoltà organizzativa, amministrativa e giuridica all’accesso delle risorse stanziate e stanziabili nei singoli casi. Per tanto diventa conditio sine qua non attuare un primo campionamento e selezione dell’urgenze. A tal proposito ritiene che il manuale ISPRA, sia sicuramente da supporto per identificare quale sia la tecnica da utilizzare a seconda delle specie, ma risulti comunque insufficiente rispetto ad un più preciso protocollo di monitoraggio a livello nazionale che sai applicato al livello locale.
 Il dott. Giovanni Aramini, della Regione Calabria inizia sottolineando l’importanza della conservazione come obbligo, prima e a beneficio della fruizione, non solo come concetto ideologico, ma implicando una serie di esternalità positive che il sistema ambiente fornisce e che gli attori della tutela ambientalistica devono avere le capacità per cogliere, prevendo l’eventuale rischio che la componente economista possa trasformare i servizi eco sistemici per quantificarli in valore economico. È pertanto importante essere in grado di sottolineare le caratteristiche naturalistiche del territorio e la loro tutela affinché si possa chiedere alla comunità di fare altrettanto e usufruire delle risorse messe a disposizione. Senza contare che un sistema in equilibrio serve a fornire una variabilità generica resiliente che rappresenta un’assicurazione per il futuro. Punto focale è anche la problematica di convertire le attuali misure di conservazione, attualmente non cogenti e pertanto inefficaci, poiché “solo” adempimenti amministrativi, in norme sanzionabili, così da consentire a chi tutela di essere incisivo nella gestione, tutela e salvaguardia. Tali norme non possono provenire dalle regioni, ma devono essere promulgate dallo Stato affinché siano attuabili e si possa uscire dall’impasse per superare lo stato della procedura di infrazione. Altro punto evidenziato dal dott. Aramini è quello della definizione del ruolo dell’ente gestore delle aree inscritte nella Rete Natura 2000, la normativa di rifermento e le possibili collaborazioni. Per ciò che concerne invece l’art 11 della Direttiva Habitat sottolinea come la vigilanza equivalga al concetto di presenza attiva, intesa anche come rapporto con i soggetti operanti sul territorio, dai carabinieri forestali alle associazioni ambientaliste alle guardie ecologiche. Questo genera una difficoltà nella ricezione e nell’intercettazione delle risorse dedicabili.
Le conclusioni alla tavola rotonda vengono esposte dal dott. Santarcangelo, responsabile di progetto INgreenPAF per l’Ente Parco della Murgia Materana, il quale evidenzia come il leitmotiv della discussione sia quello della necessità di fare rete tra soggetti operanti. Pertanto, si può dire che la giornata si sia rivelata fruttuosa esattamente in questo senso: quello di creare uno spazio fisico di dialogo e di confronto, un momento di discussione delle singole problematiche inerenti aspetti generali sulla gestione delle ZSC, oltre che aspetti tecnici sulle procedure da seguire per la corretta attuazione delle Direttive “Habitat” e “Uccelli”. Il dott. Santarcangelo esprime, in conclusione, la convinzione dell’efficacia di incontri come quello svolto, durante i quali, tutti gli enti coinvolti, possano collaborare all’identificazione della corretta direzione per l’attuazione delle Direttive comunitarie, in modo da concorrere alla conservazione attiva delle Are ZSC ed evitare procedure d’infrazione attuali e future.
La Grancia di Parco dei Monaci
Su di un rilievo dominante l’antico, guado sul torrente Gravina, al confine tra i territori di Montescaglioso e Matera sorge la storica “Grancia di Parco dei Monaci”.
La posizione dell’edificio rurale era strategica nei tempi andati in quanto consentiva il controllo del tratturello 80 che chiudeva, come un anello, buona parte dell’agro di Montescaglioso nel punto in cui entrava nel territorio di Matera e del tratturello 82, che collegava l’area marina del Metapontino con il Regio Tratturo Castellaneta-Melfi nel punto in cui, lasciando l’agro di Montescaglioso, si dirigeva verso i tenimenti di Laterza e Ginosa.
Punto avanzato verso nord della colonizzazione dell’Abbazia benedettina di San Michele Arcangelo di Montescaglioso la costruzione deve il suo toponimo all’impianto del grande uliveto che ricopriva l’intero rilievo spingendosi giù fino all’alta scarpata della “gravina” ad est, la piana di Calabretta ad ovest, le Pianelle a sud e l’agro di Matera a nord.
L’edificio di forma quadrata, evidenzia la sua origine medievale di casale fortificato. Attualmente consiste in una serie di vani a piano terra che perimetrano una corte interna. Da una verifica degli elementi costruttivi ancora visibili si evince l’esistenza di un piano superiore. Una conferma di questa supposizione è data dalla presenza della caditoia sull’arco d’ingresso, d’una scala che univa il piano terra al superiore, dal marcapiano ancora visibile sulla parete settentrionale ed occidentale, dalle residue tracce di mura sul lato orientale.
L’esistenza di un piano superiore è confermata, inoltre, da un documento del XVIII secolo che fa menzione della sopraelevazione.
Come per la maggior parte delle strutture rurali anche la grancia è stata realizzata in due o più tempi. La parte posteriore, con il varco d’ingresso alla corte, è probabilmente la più antica, presentando una struttura muraria cementata con ciottoloni di fiume e parti di conci di tufo. Una edificazione primitiva databile tra l’XI ed il XII secolo. La parte anteriore, costruita a regola d’arte con conci di tufo e segnata dal marcapiano, è la meno antica.
Nella corte, su tre lati, si aprono diversi ambienti destinati a cappella, dormitori, depositi ed un trappeto del quale rimane la pietra basale del torchio. Al centro era presente il pozzo, mentre nell’angolo destro la cantina ipogea. Subito dopo l’arco d’ingresso, a destra, inclusa nella muratura, la scala che conduceva al piano superiore.
Esternamente la grancia presenta il portone d’ingresso, preceduto da un ampio spazio rettangolare, un tempo recintato, al quale si accedeva da due varchi, uno rivolto verso Montescaglioso, l’altro verso Matera.
Il tenimento di Parco dei Monaci, di circa 150 tomoli, risultava proprietà dell’Abbazia benedettina di San Michele Arcangelo di Montescaglioso sin dall’XI secolo. Una proprietà tenuta con grande cura dai monaci e destinata a vigneto ed uliveto. Nel 1784 i benedettini si trasferivano da Montescaglioso a Lecce non alienando le proprietà terriere fra le quali Parco dei Monaci. Confiscata con le leggi napoleoniche del 1806, la grancia veniva assegnata, nel 1818, dopo il ritorno dei Borboni sul trono di Napoli, ai Conventuali di San Lorenzo Maggiore. Con le leggi eversive postunitarie, Parco dei Monaci tornava a far parte del Demanio dello Stato e dato in affitto, il 6 maggio 1866, al Priore Pietro Di Gennaro di Altamura. Posto in vendita dal Demanio, nell’asta del 1873, la tenuta veniva acquistata dall’avv. Francesco Passarelli (sindaco di Matera ucciso in una imboscata nel 1892) unitamente a Michele Manfredi e Francesco Caropreso, il quale dopo pochi anni, vendeva la sua quota a Giuseppe Stagno.
 
     
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